Dal saggio di Maria Inversi, p. 95-121

Le ragioni di una scrittura

Nella versione di Corneille, Medea è ammaliatrice, abile a gestire chiunque, capace di sottomettere il suo talento di cui lei conosce possibilità e limiti, al gusto del potere. Una Medea privata del suo sentire profondo, svilita nella sua umanità, vittima dei fini che essa stessa si propone. Così la fa parlare Corneille:

[...] che il mio sanguinoso divorzio eguagli in assassinii e carneficine i primi giorni del nostro matrimonio, e la nostra unione, che la tua inconsistenza spezza, abbia un fine somigliante al principio. Fare a pezzi un figlio sotto gli occhi del padre non è che la minor prova della mia collera: delitti così leggeri furono le mie prime prove: debbo ben altrimenti far vedere quel che so fare, debbo fare un capolavoro, un'ultima opera che sorpassi di molto quel mio debole delitto [...] Colle mie arti ho salvato il sangue degli Dei e il fiore della Grecia: Zete, Calai, Polluce, Castore, l'amabile Orfeo, il saggio Nestore [...] per me ne voglio uno solo.

Corneille, attualizzando il mito, priva la sua Medea di deità e neppure però le regala l' hic et nunc del gesto passionale umano e la qualità conflittuale che le riserva Euripide. Egli ci mostra una Medea maga, barbara, spietata, arrogante, incapace a qualsiasi sottomissione non perchè aristocratica o regina, ma perchè donna crudele che suscita in Giasone "orrore", e Giasone diviene eroe di tratti umani femminili. La figura di Creusa tratteggiata da Corneille appartiene a un ideale maschile. Creusa è bella, ama con profonda sincerità Giasone, suo padre, il bene dello Stato, il suo paese, la sua città: tutto ciò che attiene al sistema del governo maschile. Essa crede nell'innocenza di Giasone "principe valoroso" e "sposo sventurato". Anche Nerina, cameriera (personaggio tipico del teatro tra il Seicento e il Settecento), serve a Corneille per rafforzare ulteriormente la sua visione di femminile negativo e positivo. Nelle parole di Nerina, Medea è totalmente incapace di guardare oltre il suo odio, oltre la sua sete di potere e Creusa diviene quell'infelice principessa a cui si deve riguardo e pietà. Nerina vorrebbe tradire Medea, ma teme per la sua vita poichè "l'inferno uscirà in campo al suo comando". Nel lessico di Medea, la parola vendetta compare spesso sino a personificarla: "Ti bastano, vendetta, ti bastano due morti?".

Ma se il testo di Corneille, così lontano dall'oggi, dalle consapevolezze più o meno diffuse, mi costringe a essere morbida nell'analisi e cauta nel giudizio, quello di J. Anouilh, scritto nel 1946, mi autorizza, per quanto attiene ai soli contenuti, a una severità di giudizio, perchè ferisce l'dentità femminile. Anouilh diviene qui l'esempio del pensiero creativo maschile che cerca se stesso anche nel femminile e lo assimila a sè. Analizzando il rapporto tra la Nutrice e Mdea, dunque tra due donne, Medea appare incapace di qualsiasi sentimento di riconoscenza. Medea è verso la Nutrice: impietosa, implacabile, crudele e cattiva. La fedeltà della Nutrice è svilita, le sue paure inascoltate (l'ascolto per Maria Zambrano è carattere prevalentemente femminile) non tanto perchè Medea,valorosa e coraggiosa, non può accettere fragilità e debolezze, ma perchè tutta la sua persona (corpo, cuore e mente) pregna solo di odio, diviene espressione di quell'immenso limite femminile che, nell'immaginario maschile si trasforma in cieca capacità distruttiva. Medea qui rimpiange di non essere uomo, di

essere mutilata [...] Se è vero che io discendo da te, perchè mi hai fatto donna? Perchè questi seni, questa debolezza, questa piaga aperta in mezzo al mio corpo? Non sarebbe stato bello il ragazzo Medeo? Non sarebbe stato forte? Il corpo duro come una pietra, fatto per pretendere e poi andarsene, fermo, intatto, integro, lui! [...] Non essere quella lotta in cui io volevo essere atterrata, quella ferita che io stessa imploravo. Donna! Donna! Carne fatta d'un pugno di polvere e d'una costola d'uomo! Boccone d'uomo! Baldracca! [...] gambe aperte, mutilata [...].