Quanto rumore nel silenzio, notte, quanta vita nella mia morte, quanto sangue ancora nelle mie vene, quanto calore in queste pietre.
E il mio cuore, come sempre, corre incontro all'ombra, come nella vita. Allora, durante il giorno, anelava la notte, respirava verso di essa. Solo la mattina era per me il presente, un presente ampio, grandioso, come il centro di un fiume; solo di mattina il battito del tempo si accordava con quello delle mie tempie, queste tempie il cui battere mi annunciava il galoppo della disgrazia che sopraggiungeva.
La sventura ha percosso le mie tempie col suo martello fino a levigarle come l'interno di una lumaca, fino a che esse non si sono ridotte come due orecchie in grado di udire i passi leggeri della sciagura, la sua presenza; quei passi leggeri con cui la sciagura entra nella nostra stanza molto prima di scatenarsi e viola il recinto del sonno senza nemmeno guardarci. Si presenta e se ne sta lì fissa, rimane a esalare terrore, un terrore che arriva a essere come una tunica, questa, questa che mi misero già da bambina e che è venuta crescendo con me fino a essere come la mia stessa pelle. [...]